Categoria: Editoriale

Oggi ho depositato in Parlamento una mozione per sburocratizzazione Paese

Ho depositato una mozione insieme ai colleghi di Cambiamo per cercare di indirizzare il Governo verso una concreta sburocratizzazione, senza la quale non potrà esserci una concreta ripresa economica del Paese. Sono 5 in tutti i punti su cui si basa questo atto che mi auguro venga preso in seria considerazione dal Governo”. Lo dichiara in una nota il deputato e presidente di Popolo Protagonista, Gianluca ROSPI.

“Nelle more delle modifiche del Codice degli Appalti, a mio avviso, il Governo dovrebbe avviare per tutte le opere previste nel PNRR, un decreto emergenziale sulla scorta di quanto fatto per la ricostruzione del Ponte di Genova. Solo attraverso un Decreto Italia Semplice e la nomina di Commissari Manager delle Opere si può pensare di portare a termine l’ambizioso programma delle opere infrastrutturali per il 2026.

È necessario – prosegue ROSPI – sospendere il Codice degli Appalti, lavorando con procedure in deroga, adottando misure che consentano la velocizzazione degli appalti come la semplificazione delle procedure VIA, dei nulla osta dei Beni Culturali e l’utilizzo delle conferenze di servizio. Il tutto senza limitare la libera concorrenza delle imprese, ad esempio prevedendo gare ad invito con almeno 10 operatori economici garantendo il principio della rotazione delle imprese e premiando la solidità economica delle stesse”.Secondo ROSPI, nel contempo, però, il Codice degli Appalti va semplificato, ad esempio “abbassando da tre a due i livelli di progettazione, riducendo le tempistiche per l’ottenimento dei pareri ministeriali e le varie procedure autorizzative. Serve avere coraggio, riformare il sistema, non c’è più tempo da perdere

Politica Estera: L’Italia ago della bilancia nel Mediterraneo

Historia magistra vitae. O almeno, a sentire i Latini, dovrebbe essere così. Perché quello che è accaduto pochi giorni fa nel palazzo presidenziale di Ankara, con la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che si è dovuta accomodare sul divano, mentre gli altri due interlocutori – il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il padrone di casa Tragyp Erdoğan – erano adagiati su una sedia d’onore, ha un precedente illustre proprio da quelle parti.
XVI secolo: a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) l’ambasciatore di Carlo V (Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico) fu convocato da Solimano I il Magnifico, Sultano dell’Impero Ottomano. Giunto al colloquio, il diplomatico notò che non c’era una sedia per lui, e che il monarca voleva lasciarlo in piedi durante l’udienza.

L’inviato senza scomporsi svestì il mantello, ci si sedette sopra e avviò il confronto senza accusare il colpo. Andando via, lasciò il mantello per terra e i cerimonieri, supponendo una dimenticanza, lo richiamarono, ricevendo dal delegato cristiano una risposta tranchant: “Gli ambasciatori non usano portarsi via la propria sedia”.

Savoir-faire e carisma apparentemente sconosciuti a questa Europa che, spesso, appare “policefala”, ostaggio di diverse anime che si coniugano in altrettanti approcci in tema di politica europea. Dopo il cosiddetto “sofagate”, è arrivata la presa di posizione del Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, contro il presidente anatolico, che potrebbe segnare un punto di svolta nel ruolo del Vecchio Continente nello scacchiere euroasiatico.

Non è più il tempo delle dichiarazioni cosmetiche dei governi europei, atteggiamenti di facciata davanti a minacce che covano inesorabili sotto la cenere diplomatica. Erdoğan è uno stratega audace, e sa agitare spettri che turbano i sonni delle dodici stelle dorate su campo blu. Penso, ad esempio, a quando minaccia una nuova crisi dei migranti, in prevalenza siriani, e la rottura dell’accordo con l’UE che nel 2016 ha chiuso la rotta balcanica.

Una sfida sulla carta temibile, soprattutto per l’Italia, che l’ex sindaco di Istanbul lancia periodicamente, sicuro di avere in mano un grande potere negoziale, derivato proprio da quei bilaterali di cinque anni fa, che esercita con continue azioni spregiudicate nel Mediterraneo orientale. Il presidente turco, non solo dialetticamente, non rispetta i rapporti di forza e provoca continuamente i propri interlocutori: Europa, Russia, Cina e Stati Uniti.

Proprio l’alleato oltreoceano potrebbe tornare a essere un partner credibile per ridare all’Europa il ruolo di guida nell’area mediterranea; del resto, sia Draghi (“più Europa e più atlantismo”) che Joe Biden (“centralità dell’Europa”) si sono pronunciati in tal senso.

Ci sono molteplici analogie tra l’attuale momento storico pandemico e il periodo a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale con la ricostruzione post-bellica: tensioni a macchia d’olio (non solo petrolifera) tra Cirenaica e Tripolitania, popolazioni stremate a livello sanitario e monetario, pioggia di fondi per far ripartire le economie (Piano Marshall 74 anni fa, Recovery Fund nel 2021).

Oggi come allora, l’alleato “stars and stripes” è credibile, soprattutto dopo l’incoraggiante cambio di passo che la nuova amministrazione democratica ha adottato, in discontinuità rispetto al quadriennio Trump. L’alleanza con Washington è solida e può fungere da volano, per rinsaldare il ruolo dell’Europa nel Mediterraneo (contenendo la crescente presenza di Turchia, Russia e Cina) e per rilanciare quello dell’Italia nella regia della politica estera europea in quell’area.

I rapporti tra Bosforo e Bruxelles al minimo storico sono gli apici di movimenti tellurici sotterranei ,che toccano da vicino i blocchi di potere planetari, e riguardano interessi commerciali strategici, incluso il controllo delle fonti energetiche.

Ecco perché bene fa Mario Draghi a vestire la maglia del protagonista e non della comparsa, candidandosi a pieno titolo come l’alfiere di una rinnovata leadership europea che, nei prossimi tempi, perderà sicuramente Angela Merkel (all’ultimo mandato) e con Emmanuel Macron più impegnato nel contrastare l’ascesa di Marine Le Pen in vista delle presidenziali del 2022.

Quest’ottica europeista dal respiro italocentrico non può prescindere da un Mezzogiorno forte: il sud Italia, nonostante il gap infrastrutturale col resto del Paese, grazie alla sua posizione strategica può far valere le proprie specificità territoriali, su tutte quelle portuali.

Mettere in rete i principali approdi marittimi italiani, investendo in portualità, autostrade del mare, reti ferroviarie e stradali, consentirebbe di accrescere la competitività dell’UE su scala globale. Tuttavia, bisogna rovesciare il paradigma dello sviluppo: la corsa non è più solo relegata all’asse Nord-Sud.

È opportuna, invece, una visione strategica che coinvolga trasversalmente da Ovest a Est, puntando gli immensi mercati di Cina, India e Medio Oriente: una visione che punti a un Sud testa di ponte per il traffico mercantile nel Mediterraneo, sempre più centrale nelle rotte mondiali.

E con Puglia e Basilicata che, grazie a rinnovate infrastrutture ferroviarie, al porto di Taranto e al suo retroporto naturale che arriva sino in Val Basento – entrambi da mettere in rete con Gioia Tauro – diverrebbero snodi strategici di questo hub logistico del Mezzogiorno al servizio del Mediterraneo.

IL RECOVERY PLAN E LA FAMIGLIA, VERO TESORO DA TUTELARE E VALORIZZARE – di DI WOJTEK PANKIEWICZ

Cari amici, a partire da questa settimana pubblicherò qui editoriali e contributi ideali che diversi amici professionisti scriveranno appositamente.
Ringrazio l’amico Wojtek Pankiewicz per questo suo interessantissimo contributo! Gianluca

15 aprile 2021 – Per far ripartire l’Europa dopo la pandemia da Coronavirus, lo scorso luglio, l’UE ha approvato il Next generetion EU, noto in Italia come Recovery Fund o “Fondo per la ripresa”.
Si tratta di un fondo speciale volto a finanziare la ripresa economica del vecchio continente nel triennio 2021-2023 con titoli di Stato europei (Recovery bond) che serviranno a sostenere progetti di riforma strutturali previsti dai Piani nazionali di riforme di ogni Paese: i Recovery Plan.

Lo stanziamento complessivo è di 750 miliardi di euro, da dividere tra i diversi Stati. L’Italia è tra i maggiori beneficiari di questa misura con un fondo pari a 209 miliardi di euro.
Ma quale piano generativo stiamo prevedendo con queste risorse?

Le famiglie sono molto preoccupate. Adriano Bordignon, Direttore del Consultorio Centro della Famiglia e componente del Forum Veneto delle Famiglie ha lanciato nei giorni scorsi un allarme a nome delle famiglie.
Le famiglie sono estremamente preoccupate per il presente, e ancor di più per il futuro che le aspetta.
Infatti, c’è un grande timore che i fondi del Recovery Plan, che graveranno come debito sulle giovani generazioni, non riescano ad intervenire su asset strategici come natalità e giovani.

L’Istat continua a comunicare dati inquietanti sulla (de)natalità: peggiori rispetto a quelli già drammatici degli scorsi anni.
Un allarme lanciato ciclicamente da oltre dieci anni, ma mai preso in considerazione.
La mancanza di fiducia nel futuro e le prospettive economiche sembrano essere tra gli elementi che influenzano maggiormente la “disponibilità alla generatività”.
Anche i progetti come il “Percorso Famiglia Fertile” attivati da questo consultorio possono influenzare ben poco l’andamento demografico se “l’ecosistema non è family friendly”.

Evidentemente, c’è il problema di una politica costantemente schiacciata sul presente. I nostri figli meritano, invece, risposte serie, anche perché i miliardi del Next Generation EU li stiamo prendendo in prestito dal loro futuro, senza neppure chiederglielo. Gravarli di un ulteriore fardello, senza offrire alcuna prospettiva di essere numericamente sufficienti per affrontarlo, rappresenterebbe l’ennesimo tradimento.

«La preoccupazione del Forum delle Associazioni Familiari è tanta. Davanti alla crisi economica e sociale delle famiglie italiane, aggravata dal Covid-19, e di fronte ai 209 miliardi di euro del Recovery Plan la sensazione, rispetto a chi può e deve costruirlo è che non ci sia un’idea definita di Paese, né di futuro. Una somma enorme, che non arriverà mai più». Questo quanto dichiara il Presidente del Forum Famiglie Calabria Claudio Venditti.

«Quando, negli scorsi anni, abbiamo chiesto risorse per il Patto per la natalità quale prima questione sociale del Paese, ci è stato risposto che non c’erano i soldi. Oggi, invece, il denaro ci sarebbe. Ma forse manca l’idea. D’altronde, le declinazioni dei progetti del Recovery Plan non le ha ancora viste nessuno. Abbiamo solo i punti-guida dell’Ue. In base ai quali, comunque, possiamo già affermare che senza un equilibrio intergenerazionale, non è possibile immaginare alcuna seria ed effettiva sostenibilità ambientale, né l’innovazione digitale e tecnologica avrebbe ricadute significative su un tessuto umano logorato e sempre più striminzito.

Sarebbe necessario un progetto che, ad esempio, sappia destinare fondi della voce ‘green new deal’ a iniziative di sostenibilità intergenerazionale. O che decida di investire parte della voce ‘parità di genere’ su misure per valorizzare il lavoro femminile e conciliarlo con la cura dei figli. La sensazione che si ha, al momento, è che quanto si sta pensando per il Recovery Plan sia una somma di singoli progetti che vanno incontro a istanze portate dai vari gruppi d’interesse e non hanno come comune denominatore il “Bene comune”.. Non un disegno coerente e integrato che punti al bene comune del Paese. Il Forum delle associazioni familiari è fortemente convinto che investire sulla demografia e sulla famiglia, nell’ambito del Next Generation EU e delle Leggi di Bilancio, sia la via più efficace e più giusta per pensare al futuro e per contribuire al rilancio economico e sociale del Paese. Perché i figli sono uno dei principali ‘generatori di PIL’ e di benessere sociale».

Intanto, un anno di riflessione sull’Amoris laetitia. È quello annunciato da Papa Francesco prima della recita dell’Angelus, domenica 27 dicembre 2020, Festa della Sacra Famiglia , in occasione del quinto anniversario di promulgazione dell’Esortazione apostolica che è stato il 19 marzo 2021.
E’ un’opportunità per approfondire i contenuti del documento, ha precisato il Santo Padre, che si concluderà a giugno 2022: “Queste riflessioni saranno messe a disposizione delle comunità ecclesiali e delle famiglie, per accompagnarle nel loro cammino. Fin d’ora invito tutti ad aderire alle iniziative che verranno promosse nel corso dell’anno e che saranno coordinate dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita”.

Per le famiglie del mondo quest’anno rappresenterà dunque, nelle intenzioni del Papa, un cammino di approfondimento dei contenuti del Documento, frutto dei due Sinodi sulla famiglia svoltisi nel 2014 e nel 2015, siglato il 19 marzo e diffuso l’8 aprile 2016. Un Documento dedicato all’amore nella famiglia, come dice il chirografo che l’accompagna, per “il bene di tutte le famiglie e di tutte le persone, giovani e anziane”.

Ma la famiglia è la cellula fondamentale della società non solo per i cattolici, infatti La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata a Parigi, il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al comma 3 dell’articolo 16 così recita : “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”.

Nel 1994 l’Assemblea Generale dell’Onu ha fissato la data del 15 maggio per la Giornata Mondiale della Famiglia, riconoscendo che è il “fondamentale gruppo sociale e l’ambiente naturale per lo sviluppo e il benessere di tutti i suoi membri, in particolare i bambini”. Auspichiamo che il Governo, il Parlamento e tutte le forze politiche del Paese vogliano finalmente comprendere che la famiglia è il vero tesoro da tutelare e valorizzare, agendo di conseguenza.
Wojtek Pankiewicz

Bene il raddoppio della Termoli – Lesina, ora urge l’Alta Velocità sino in Puglia

12 aprile 2021 – Per aspera ad astra: il raddoppio del binario unico del primo tratto della Termoli-Lesina sulla linea ferroviaria Bologna-Lecce ha avuto, grazie anche al pressing esercitato nell’ultimo anno, luce verde. Lo sblocco di questa infrastruttura, che ha raccolto il parere favorevole delle Commissioni tecniche Via e del Mibac sulle modifiche presentate da RFI, è di fondamentale importanza.

Tra le 30 opere strategiche del Decreto Semplificazioni, rappresenta un’opera storica per il Sud e per la Puglia, considerando che l’attuale binario unico di 32 chilometri è immutato dal 1863; ma anche l’ennesimo emblema della gincana burocratica italiana, con i primi via libera degli enti locali risalenti a 35 anni fa e con l’autorizzazione del Cipe datata 2001!
L’intervento, una volta completato, permetterà di superare il cosiddetto “collo di bottiglia” al confine tra Puglia e Molise, rendendo più fluido e sicuro il traffico ferroviario su tutta la tratta.

C’è soddisfazione per l’avvio di questo cantiere, però non basta; è già tempo di andare oltre e pensare a come portare Alta Velocità e Alta Capacità ferroviaria in Puglia anche lungo la direttrice adriatica, completando il corridoio ‘Ten – T’ che, per motivi incomprensibili, si ferma ad Ancona. Il prolungamento di questo corridoio sino a Foggia, dove arriva quello proveniente dalla Campania, permetterebbe a Puglia e Mezzogiorno di avere collegamenti più rapidi verso il nord Italia e l’Europa. Aree che, a loro volta, godrebbero di una rete più efficiente per il trasporto delle proprie merci in Oriente, grazie anche alla portualità pugliese, testa di ponte verso il canale di Suez.
Un corridoio ‘Ten – T’ sino in Puglia consentirebbe anche di spostare su rotaia una grande fetta del traffico merci su gomma che oggi congestiona l’A14, inquinando territori e città lambiti. D’altronde, il settore dei trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra in Italia e ogni opportunità va colta per dare un contributo verso una mobilità più green, tra i principali obiettivi perseguiti dal nuovo ministero per la Transizione ecologica.

È innegabile che l’A14 ormai abbia assunto un ruolo di asse di collegamento “urbano”, come se fosse un’unica tangenziale autostradale che serve la riviera adriatica, dalla sponda romagnola a quella garganica. Traslare gran parte del traffico dei tir e delle auto dalla strada asfaltata a quella ferrata è un’esigenza non più rinviabile, oltre che opportuna soprattutto per il traffico merci, considerando le basse pendenze e il minor numero di gallerie rispetto alla dorsale tirrenica.
Dunque, per fare entrare anche il tratto Ancona – Foggia tra le reti ‘Ten – T’, auspichiamo un deciso intervento a livello europeo del nostro ministro delle Infrastrutture Giovannini, nell’ambito della prossima revisione delle reti di trasporto trans-europee, che avverrà entro la fine di quest’anno. Con il contestuale potenziamento delle dorsali Salerno-Palermo e Napoli-Bari-Taranto-Lecce, anch’esse fondamentali per soddisfare il crescente traffico passeggeri e merci, si concretizzerebbe l’itinerario marittimo-ferroviario capace di raccordare i porti del sud Italia lungo la retta adriatica-ionica.

Al momento, l’assetto della rete ‘Ten-T Core’ nell’Italia peninsulare è servito unicamente dal corridoio Scandinavia-Mediterraneo, dal quale sono rimaste colpevolmente scoperte le tratte del sistema infrastrutturale multimodale adriatico-ionico (Ancona-Foggia, Bari-Lecce, Paola-Taranto), un trittico dalla marcata valenza strategica e sistemica. È evidente il positivo effetto domino di questi interventi, che non riguarderebbe soltanto il Tacco d’Italia, ma rappresenterebbe un volano economico e sociale per tutto il Mezzogiorno.
È il momento delle scelte lungimiranti, non possiamo “perdere il treno” dell’Alta Velocità.

Gianluca Rospi

Recovery Fund per il rilancio del Mezzogiorno: adesso o mai più

14 marzo 2021 – Recovery Fund? Due magiche parole che evocano l’irripetibile occasione di riscatto per il Sud. Coerentemente con le legittime istanze dei territori, buona parte dei fondi in arrivo dovrà essere impiegato per il Mezzogiorno, cercando di ridurre il gap tra le diverse latitudini del Paese; in tal senso, condivido l’appello firmato dal presidente di Svimez Giannola che, assieme a centinaia tra economisti, docenti universitari, ricercatori e intellettuali, ha chiesto al Governo di utilizzare il Recovery Fund per promuovere lo sviluppo sostenibile, ridurre le disuguaglianze zonali e sociali, sostenere l’innovazione tecnologica e accrescere la competitività del Mezzogiorno.

Guardare al futuro, lasciandoci ispirare dal passato: così come le più grandi civiltà hanno prosperato attorno ai fiumi e al mare, anche il sud Italia può rimettersi in moto grazie a uno specchio d’acqua. Penso allo sviluppo nel Mezzogiorno di un hub logistico del Mediterraneo che metta in rete i porti di Taranto e Gioia Tauro, da raccordare con quelli di Augusta, Genova e Trieste.

Un sistema così concepito potrebbe intercettare milioni di tonnellate di merci che oggi, superato il canale di Suez, fanno rotta verso il Nord Europa o il nuovo porto marocchino Tangeri Med, in continua espansione. Un sistema che dovrà contare su infrastrutture ferroviarie potenziate, in un modus di trasporto intermodale “mare-ferro” efficiente e dal DNA green. In tal senso è indispensabile un piano di intervento che operi senza sosta, così da non depauperare le risorse europee in arrivo, come purtroppo accaduto con altri fondi comunitari.

D’altronde, il resto del mondo non sta a guardare ed esplora nuove modalità di trasporto per ridurre tempi o costi: intrigante il recente trasporto di container dal Giappone alla Gran Bretagna effettuato per la prima volta da un treno che dall’Asia è giunto in Europa attraverso la Russia, bypassando del tutto il canale di Suez.

Volgendo lo sguardo a casa nostra, si intuisce la necessità di potenziare le reti di trasporto trans-europee ‘Ten-T’, accelerando sul fronte dell’alta velocità e dell’alta capacità. È indifferibile, infatti, il completamento della dorsale adriatica nel tratto Ancona-Foggia, non compreso nell’attuale programmazione europea ma che l’Italia dovrebbe sostenere nella proposta di revisione prevista nel corso del 2021: un asse strategico anche per il trasporto merci, perché caratterizzato da basse pendenze e meno gallerie rispetto al versante tirrenico. Non meno importanti le dorsali Salerno-Palermo e Napoli-Bari-Taranto-Lecce, cruciali per sostenere il crescente traffico passeggeri e merci.

L’itinerario marittimo-ferroviario lungo il lato adriatico-ionico cucirebbe i porti del sud Italia concretizzando anche una comoda porta verso nord, in una catena intermodale integrata, efficiente e attraente per i paesi balcanici e dell’est Europa.

Purtroppo, l’assetto attuale della rete Ten-T Core nell’Italia peninsulare è servito unicamente dal corridoio Scandinavia-Mediterraneo, lasciando scoperte tre tratte del sistema infrastrutturale multimodale adriatico-ionico (Ancona-Foggia, Bari-Lecce, Paola-Taranto) dal grande peso specifico strategico e sistemico. Peccato: un corridoio adriatico-ionico maggiormente infrastrutturato consentirebbe di ripartire il traffico sulla direttrice Nord-Sud, scongiurando fenomeni di congestione in corrispondenza dei principali snodi.

Quelli citati sono tutti interventi infrastrutturali non più rinviabili, tra loro organici per una ricucitura dello Stivale: peraltro, l’alta capacità/velocità Napoli-Bari sarebbe funzionale al quadrilatero delle Zone economiche speciali dei porti di Napoli, Bari, Taranto e Gioia Tauro che, a sua volta, valorizzerebbe Irpinia, Sannio e Murge, non più relegati allo status di aree interne e marginali.

Se le generazioni future che studieranno il Covid-19 sui libri di storia leggeranno di un riscatto del Mezzogiorno grazie al Recovery Fund, la nostra classe dirigente sarà ricordata per aver fatto il suo dovere: anche perché o ci si riscatta ora o non ci si riscatta più.

Gianluca Rospi

Fondi Ue: Mezzogiorno in affanno. Mio editoriale per Repubblica ed. Bari

16 febbraio 2021 – Impietosi. I dati relativi ai livelli di spesa dei fondi FESR e FSE della programmazione 2014-2020 allo scorso 31 ottobre raccontano di quasi tutte le regioni del Mezzogiorno in affanno. Gli impegni di spesa oscillano tra il 50% e il 70%, i pagamenti tra il 30% e il 40%: un vero e proprio harakiri per queste aree che, invece, dovrebbero spendere velocemente e bene per recuperare il divario con le regioni più sviluppate. A fare eccezione la Puglia, con impegni di spesa al 93% e pagamenti superiori al 50% delle risorse programmate. Da valutare se bene o male, tuttavia la Puglia le risorse europee le sta spendendo.

È importante riflettere su questi dati perché, all’orizzonte, c’è l’imponente dote di danaro che l’Italia da qui a cinque anni: 311 miliardi di euro tra NextGenerationEU, risorse residuali e programmazione europea 2021-2026. Il Recovery Fund sta trasversalmente animando l’agorà della politica italiana, consapevole della necessità di scelte efficaci e urgenti, poiché le decisioni che saranno (o non saranno) prese nel breve periodo, influenzeranno la vita del Paese per i prossimi quarant’anni.

Esiste un parallelismo tra il Piano Marshall del periodo postbellico e il Recovery Fund di oggi: investimenti massicci negli asset ritenuti strategici, per il rilancio di economie disastrate a causa di due catastrofi, all’epoca bellica e oggi pandemica, puntando alla ripresa dei redditi e delle attività produttive. Come nel dopoguerra i governi guidati da Alcide De Gasperi contribuirono brillantemente alla rinascita del Paese evitando di disperdere le somme in mille rivoli così, anche stavolta, sono certo che il governo Draghi concentrerà le risorse su investimenti efficaci e produttivi con al centro l’ammodernamento del Paese, la coesione sociale e le giovani generazioni.

Restringendo il campo d’osservazione al Tacco d’Italia, la Regione Puglia ha candidato al finanziamento tramite il Recovery plan 167 progetti per quasi 18 miliardi di euro da investire su infrastrutture, agricoltura, commercio, green economy, sviluppo delle imprese, aree industriali, ambiente e turismo. Tuttavia, da quanto si è intuito si tratta perlopiù di idee rapidamente messe su carta su richiesta del governo, peraltro senza limiti sull’entità delle risorse da destinarvi. È, dunque, ipotizzabile che, di quei progetti, molti non entreranno nel Recovery Plan e che i 18 miliardi per la Puglia rappresentino una cifra sovradimensionata. L’auspicio è che il vero Recovery Plan pugliese sia il frutto di un percorso rapido ma concertato con parti datoriali e sociali e che le cifre per la Puglia siano quelle che le spettano; meglio ribadirlo non si sa mai. Secondo alcuni analisti, infatti, il rimescolamento nei posti di potere del governo renderà il nuovo esecutivo molto meno a “trazione meridionale” rispetto a quello del pugliese Conte, col rischio che le risorse ipotizzate per il Mezzogiorno possano essere dirottate verso latitudini più fredde. Speriamo di no; tuttavia, quantunque l’ultimo governo fosse a trazione meridionale come mai in passato, l’attenzione alle problematiche del Mezzogiorno ci è sembrata più a parole che nei fatti. Dunque, pazienza se adesso avremo una squadra di governo meno meridionale, sono certo che il premier Draghi sarà garante anche delle istanze del Sud.

D’altronde, il nodo focale non è tanto la provenienza geografica delle persone chiamate a decidere e legiferare, quanto la loro competenza e sensibilità nella trattazione di temi oramai indifferibili. Tra questi, quello della semplificazione della burocrazia per rendere il nostro un Paese del “fare” e non più dei lacci e lacciuoli che bloccano lo sviluppo e la realizzazione di quelle infrastrutture che Puglia e Mezzogiorno necessitano da anni per ridurre il gap col resto del Paese. La nostra idea sul tema si riassume in un modello, quello concepito per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova, avvenuta in soli due anni: il “Decreto Genova” – del quale fui relatore – ha dato vita a un paradigma potenzialmente replicabile per le grandi sfide infrastrutturali che presto lo Stivale dovrà affrontare. Una traccia che, rivista e corretta in alcuni passaggi, punterebbe su una burocrazia snella, sulla nomina di commissari ad hoc, sulla rotazione delle imprese e sulla libera concorrenza tra le stesse.

Cent’anni fa Don Luigi Sturzo affermava che “un programma politico non si inventa, si vive”: l’auspicio è che il programma del governo Draghi possa vivere libero e senza veti o impedimenti, perché l’Italia e la Puglia hanno voglia di futuro.

Gianluca Rospi

Pubblicato su La Repubblica – ed. Bari del 16/02/2021

Produrre a Taranto acciaio verde: adesso o mai più.

5 marzo 2021 – Riconversione ecologica dell’Ilva e rilancio di Taranto come hub strategico del Mediterraneo per il traffico di merci: quanto auspicato dal presidente di Confindustria Puglia Fontana è da alcuni mesi al centro dell’agenda politica di Popolo Protagonista, convinta che la chiave di volta per risolvere gli atavici problemi di Taranto risieda in un siderurgico a idrogeno. È arrivato il momento che la politica percorra la via maestra della conversione verde per la produzione del metallo più usato al mondo e causa dell’8% circa delle emissioni da combustibili fossili.

Oggi l’energia per produrre acciaio in un altoforno è fornita dal carbone che, bruciando, fonde il minerale di ferro per trasformarlo in ghisa liquida. Sostituendo il carbone con l’idrogeno nella prima fase della produzione si eliminerebbe tutto l’inquinamento legato al ciclo del combustibile fossile (in particolare polveri, diossine e anidride carbonica). L’idrogeno, inoltre, alimenterebbe anche una fornace a riduzione diretta (di solito alimentata a gas naturale o carbone) per ottenere un acciaio “spugnoso”, uno stato intermedio da raffinare in un forno elettrico.

Nel mondo soltanto tre impianti siderurgici stanno sperimentando questa tecnologia (gli svedesi di SSAB, gli austriaci di voestalpine e ArcelorMittal in Germania), particolarmente appropriata nei paesi che producono la maggior parte dell’energia da fonti rinnovabili, altrimenti si cadrebbe nel paradosso di utilizzare i combustibili fossili per produrre idrogeno. Certo, l’utilizzo dell’idrogeno, almeno inizialmente, determinerebbe una crescita del costo dell’acciaio tra il 20% e il 30% , motivo per cui il governo, se punterà sull’Ilva a idrogeno, dovrà delineare un mosaico di ricerca, investimenti e agevolazioni sul tema; magari utilizzando proprio i proventi della paventata “carbon tax” sulle produzioni più inquinanti per incentivare l’impiego dell’idrogeno su scala industriale.

Ad ogni modo, secondo alcune stime l’investimento necessario per rendere green lo stabilimento di Taranto, approvvigionamento energetico compreso, si aggirerebbe intorno ai 6 miliardi di euro, consentendo una produzione annuale fra sei e sette milioni di tonnellate di acciaio. Ipotizzando una marginalità di 100 euro per ogni tonnellata di prodotto, la riconversione verde permetterebbe di rientrare in un decennio dall’intero investimento iniziale.

Il Recovery Fund, con i suoi 50 miliardi di euro per sostenere la transizione energetica, è un’opportunità irripetibile per cavalcare la prospettiva ‘Ilva a idrogeno’, l’unica economicamente sostenibile per lo Stato, appropriata per l’industria nazionale, rispettosa dell’ambiente e dell’occupazione. Della serie ‘adesso o mai più’!

Gianluca Rospi

Basilicata, il sogno “coast to coast”

‘Vola’. Lo ripete il cantautore Max Gazzè nella sua meravigliosa ‘Mentre dormi’, che impreziosisce ‘Basilicata coast to coast’, il film diretto e interpretato da Rocco Papaleo, eccellenza artistica della nostra regione. ‘Adesso vola’. Oggi salgo a bordo della fantasia e mi proietto in uno scenario di domani, tra vent’anni, nel 2040. Ho ali impavide, parto per un sogno e guardo dall’alto la mia Basilicata, terra dove sono nato e cresciuto, che mi ha formato e reso l’uomo, l’ingegnere, il politico che sono oggi. La osservo, è un’unica grande città.

Reticoli di campi cesellati, il tratto netto e ordinato dell’agire umano, il mutevole skyline naturale, specchi d’acqua come diamanti che brillano al sole, percorsi che si inseguono e raccontano i popoli che nei millenni hanno dato la vita qui. Può sembrare inutile, ma sognare è un esercizio che si coniuga bene nel presente per immaginare il futuro. Volo e vedo la “città Basilicata” come uno spazio senza barriere, che richiama e rinvigorisce la propria anima attraendo le menti di chi, negli anni passati, è andato fuori per lavoro.

Volo e vedo la “città Basilicata” brulicare, grazie a politiche di incentivi fiscali, attenzione all’ambiente e programmazione strategica che hanno ridato dignità al lavoro, trattenuto i giovani e incoraggiato le famiglie a non spopolare i nostri meravigliosi territori. Ecco accendersi l’insegna SW: non è più solo un acronimo che indica le lunghe auto prodotte nel Vulture Melfese o il lavoro agile, ma significa South Working, lavoro al Sud e, soprattutto, per il Sud. Volo e vedo la città Basilicata come il luogo dove fin da bambini si trova la propria strada, con strumenti pedagogici e sociologici all’avanguardia, forniti dagli eccellenti educatori che nascono da queste parti, con un’università con pochi corsi ma specialistici e di alta qualità.

È come un museo a cielo aperto, interattivo, con arte, musica, scienze, tecnica e carburante pulito, in grado di irrorare e mettere in moto i cilindri della curiosità e dell’intelligenza per tutte le generazioni. E poi ci sono parchi tematici sulla storia e sulle storie di Orazio, della Magna Grecia, della storia dell’uomo, dei Bizantini e dei Borboni. Continuo a volare e vedo la città Basilicata con la Capitale della Cultura Matera, il Parco delle chiese rupestri, le Piccole Dolomiti Lucane, le cascate di San Fele, il Parco Nazionale del Pollino e della Val d’Agri, attrezzati, interattivi e protesi verso tutto il mondo, con continue contaminazioni sociologiche e culturali.

Vedo le aree archeologiche di Grumentum e del Metapontino colme di turisti che arrivano da ogni parte del mondo. Splende Maratea, “la perla del Tirreno”, incastonata in un monile di turismo organizzato, attrattivo, con servizi e strutture all’avanguardia e un porto turistico accogliente e sempre più green, come se fossimo partiti per… altri lidi. E a proposito di gioielli, vedo “Sua Maestà” il peperone crusco ben saldo sul trono, con quella dignità di rango a lungo negata e ignorata e la sua “First Lady”, la fragola di Policoro, prelibatezza di calibro mondiale. In vetrina spiccano i laboratori degli artigiani, quelle botteghe dove stupire, e stupirsi apprendendo. Il passante ferroviario collega Matera e Potenza, dotato di adeguate infrastrutture tecnologiche, e interventi di riqualificazione di interi quartieri lungo il tragitto. I due capoluoghi, non più divisi da sterili campanilismi, sono anche serviti dalla metropolitana leggera che, a discapito dell’aggettivo, ha ricadute rilevanti nella vita quotidiana dei cittadini.

Non è finita: nel mio viaggio visito borghi caratteristici come Acerenza, Accettura Castelmezzano, Irsina, Rotondella e tanti altri, agevolmente raggiungibili e fruibili da chiunque. E poi i rifiuti, gestiti intelligentemente e considerati come risorse, sull’onda della sostenibilità e del riuso. Volo ancora e vedo la città Basilicata mettere in condizione la sua gente di curarsi nell’ospedale più prossimo, senza imbarcarsi in estenuanti, costosi e spesso umilianti viaggi della speranza.

Dopo aver volato e aver visto la città Basilicata “da punta a punta”, ritorno con i piedi qui giù, atterrando nell’aeroporto della nostra Lucania, finalmente capace di attrarre non solo voli pindarici.
“Adesso vola, oltre tutte le stelle, alla fine del mondo vedrai, i nostri sogni diventano veri”. Concedimelo Max, stavolta le ho cantate e suonate io.
On. Gianluca Rospi
Deputato e presidente “Popolo Protagonista”

Accordo per ex Ilva sbagliato: adesso si lavori per una gestione con logiche manageriali

La strada tracciata per il ritorno all’acciaio di Stato a Taranto è profondamente sbagliata. L’auspicio è che, quantomeno, la gestione pubblico-privata dell’impianto sia improntata a logiche manageriali e per obiettivi, evitando che si ripeta quanto successo fino alla metà degli anni ’90, quando fiumi di danaro pubblico sono stati perduti nell’Italsider, poi divenuta gallina dalle uova d’oro non appena privatizzata. Le linee guida della partnership tra Invitalia e ArcelorMittal non raccontano tutto il futuro del polo siderurgico tarantino. Ciò che traspare, in modo chiaro, è l’agonia di questo pachiderma che mostra tutti i segni del tempo, sorretto dall’alto quando sta per rassegnarsi al suo declino. Adesso occorrono segnali immediati, chiari e netti sul fronte ambientale, sul rilancio dell’attività industriale e sulla ricucitura del rapporto con la città, difficile se non del tutto inesistente.
È il momento di investire su una siderurgia compatibile con il territorio, intercettando e valorizzando i tanti fondi europei in arrivo. Altrimenti, le nubi, reali e metaforiche, che si addensano sulla città e sull’impianto permarranno ancora a lungo. Le prime sono quelle con cui sono tristemente abituati a convivere i cittadini tarantini, in primis gli abitanti del quartiere Tamburi, prima linea di una guerra che ha fatto troppe vittime senza celebrare alcun vincitore. Le seconde sono legate alla manutenzione degli impianti, carente come denunciato a gran voce dai sindacati, verosimilmente causa di una situazione kafkiana che racconta, nel biennio 2019-2020, un aumento dell’inquinamento a fronte di un calo produttivo. I dati su Taranto e gli studi epidemiologici condotti negli anni hanno sentenziato l’incompatibilità della produzione siderurgica, così come avviene oggi, con la Città dei due mari.
Dunque, il prossimo piano industriale ponga al centro salute e prospettive di vita di migliaia di cittadini, che devono tornare a essere spettatori paganti di un film già visto per decenni: in siderurgia esistono tecnologie moderne come i forni elettrici alimentati con preridotto o ibride con alimentazione anche a idrogeno, che renderebbero l’acciaio molto più sostenibile di quello prodotto oggi a Taranto. Questa visione, tuttavia, stride con l’idea di chi vorrebbe combinare il forno elettrico con quello tradizionale, addirittura riportando in vita l’AFO5, il più grande di tutto il Vecchio Continente.
Nel tentativo di contemperare l’esigenza occupazionale con quella ambientale è, quindi, da prendere in esame anche la possibilità di chiudere l’area a caldo, decisione che potrebbe apparire intransigente ma che, per il siderurgico di Genova, è stata adottata riducendo l’inquinamento della città mantenendo un’attività industriale economicamente sostenibile.
Un altro nodo che fatica a sciogliersi è quella del potenziale “concorrente in casa”: la partecipazione di ArcelorMittal nel capitale della nuova compagine societaria è oggi paritetica con lo Stato ma, fra due anni, sarà di minoranza. Come si potrà gestire la fabbrica gomito a gomito con un attore che, da una parte sarà socio e, dall’altra, concorrente sul mercato europeo e mondiale, con diversi centri di produzione in Europa? Si riuscirà a condividere strategie produttive, commerciali e sugli acquisti, quando nel proprio consiglio di amministrazione siederà un partner ‘avversario’ nel “Risiko” dell’acciaio planetario? Ai posteri l’ardua sentenza. Politiche e posteri a parte, un rinnovato e sostenibile impianto siderurgico deve essere al centro del rilancio di Taranto che, però, non dovrà più dipendere solo dall’acciaio. La Città dei due mari ha potenzialità enormi legate al suo porto – a mio avviso in grado di divenire il più importante hub delle merci nel Mediterraneo -, alla sua storia e alle sue bellezze, che possono renderla meta turistica tra le più apprezzate del Sud.

On. Gianluca Rospi – deputato e presidente di Popolo Protagonista

Bari molto migliorata ma il bello deve ancora venire

Se nel 2019 gli esperti di Lonely Planet hanno inserito Bari come quinta tra le migliori destinazioni europee e prima in Italia, qualche motivo ci sarà. A mio avviso uno su tutti: avranno notato quanto la città di San Nicola sia cambiata. Pur non essendovi nato, ho vissuto la città prima da studente, poi da ricercatore al Politecnico, quindi da ingegnere e adesso da deputato, notando importanti cambiamenti a livello urbanistico che ne hanno segnato la recente storia.

Dalla profonda riqualificazione del borgo antico a quella del waterfront di San Girolamo fino allo sviluppo del quartiere Poggiofranco, la città appare decisamente più bella e attrattiva di un tempo. E il bello deve ancora venire: l’avvio dell’iter volto alla realizzazione del ‘Parco della Giustizia’ nell’area di due caserme dismesse della città fa ben sperare. Cinque anni per realizzare l’intero polo, così come auspicato dal presidente degli avvocati baresi Stefanì nel suo onirico intervento, sono troppo pochi? No, non è così. È il tempo giusto per una realizzazione del genere se la burocrazia in Italia non fosse così pervasiva e sfibrante. Se si è riusciti a costruire il ponte di Genova in due anni, sono convinto che, tecnicamente, non ne occorrano più di cinque per realizzare una cittadella della Giustizia. Basta volerlo. Vedremo se, alla fine, sarà la buona volontà o la burocrazia a vincere.

Ad ogni modo è apprezzabile il lavoro sulla pianificazione territoriale fin qui svolto dal sindaco di Bari, in grado di contemperare le istanze di chi auspica un ampio sviluppo urbanistico della città con quelle favorevoli solo al ‘riuso’ e alla ‘sostituzione’. In mezzo alle due visioni ci sono quelle della rigenerazione urbana, del ‘rammendo’ e del recupero ecosostenibile del patrimonio edilizio, anche attraverso il cambio di destinazione d’uso di edifici preesistenti; nel solco di una mia proposta di legge che spero possa essere presto convertita in legge dello Stato.

Rigenerazione che ben si presterebbe in quel lavoro in atto di valorizzazione dell’intero lungomare cittadino, da nord a sud, con interventi di ricucitura urbana per quelle aree che appaiono ancora slegate dalla città. Sarebbe bello concentrarsi nell’ascolto dei luoghi e delle esigenze dei cittadini per provvedere ai “rammendi” più opportuni, anche in chiave socioeconomica, delle periferie.

Visto che nel dibattito in corso il sogno è ben accetto, intravedo nella costa sud di Bari un parco costiero al servizio della città e un’edilizia residenziale perfettamente integrata nell’ambiente circostante, fatto anche di mobilità sostenibile, servizi di prossimità, spazi pubblici e spiagge. Con lo spostamento del binario, barriera tra i quartieri di Madonnella e Japigia, oltre ostacolo nell’accesso al mare, immagino che la zona retrostante la costa possa essere dedicata a nuove funzioni, anche e soprattutto con interventi di natura privata.

Un paradigma analogo è ipotizzabile anche per il quartiere S. Girolamo-Fesca; il waterfront di recente realizzazione è, sicuramente, un tassello importante del mosaico che prevede la rigenerazione del paesaggio costiero di quel quartiere. Bello sarebbe rivitalizzare le aree demaniali sottoutilizzate, così da renderle luoghi per il tempo libero, lo sport, la balneazione e la socialità.

Come accaduto tante volte nella storia, il mare potrebbe rappresentare un enorme valore aggiunto per la città, magari con la creazione di un nuovo trasporto urbano sull’acqua, in grado di collegare Torre a Mare, il molo di S. Nicola, il terminal crociere, Palese e S. Spirito. Oltre che alleggerire la mobilità urbana, l’idrovia affascinerebbe i già corposi flussi turistici, sicuramente attratti da un nuovo servizio sulle onde dal sapore mitteleuropeo. Stop ai sogni. Mettiamoci al lavoro.

On. Gianluca Rospi
Presidente ‘Popolo Protagonista’ e autore del ‘Decreto Genova’