Categoria: Editoriale

No Vax, francamente basta!

Due anni di pandemia, due anni di sforzo collettivo da parte della società civile e della comunità scientifica ancora non sono bastati. Dopo i sacrifici, le morti, le perdite economiche, dopo il momento più duro della storia mondiale dal dopoguerra, francamente è arrivato il momento di dire basta alla polemica populista no vax.
Ho sempre rispettato tutte le posizioni e le diversità di vedute, mantenendo aperto il dialogo anche con chi ha idee diverse dalle mie e difendendo la necessità di convincere con la ragione e non con gli insulti le persone timorose di fare il vaccino. Ma adesso basta.
Siamo di fronte al rifiuto più totale della logica e della scienza, la stessa scienza che ci ha permesso di sconfiggere malattie che fino a cinquant’anni fa erano considerate incurabili. E non mi riferisco ovviamente alla scienza dei talk show: parlo di anni di studi, esperimenti e indagini condotte con l’unico obiettivo di migliorare la salute umana e terrestre. In una società avanzata come la nostra, non è più accettabile sentire persone prive di alcuna conoscenza scientifica e tecnica dibattere con ragioni puramente inventate. Ci ritroviamo così in una guerra di posizione tra fazioni avverse, quando l’unico nemico da sconfiggere è il virus.
I dati, che piaccia o meno, parlano chiaro: il vaccino protegge dalle forme più gravi di infezione ed è l’unico strumento in grado di assicurarci una convivenza con il virus. Ripeto, convivenza: l’uomo non ha il potere di eradicare le malattie, ma ha la possibilità di “addomesticarle” e renderle meno pericolose per la salute. I due terzi delle terapie intensive sono occupate da non vaccinati: ma davvero ancora volete combattere una guerra ideologica mettendo a rischio la vostra vita e quella degli altri?
Ma soprattutto, quali sono le soluzioni proposte dal mondo no vax? E non parlo di soluzioni proposte da qualche isolata figura, ma soluzioni che trovino concordi tutto il mondo scientifico che dedica la propria vita a questo. Ma è possibile che si esulti quando una persona vaccinata muore? O che non si attenda un minuto per strumentalizzare la morte di un uomo – penso al presidente Sassoli – cercando una presunta correlazione con il vaccino.
Onestamente basta. Chi ha agito per la sua comunità, vaccinandosi, non può continuare a essere ostaggio di scelte ideologiche scellerate. La libertà di cui parlano i no vax è solo la loro libertà, a scapito di quella di tutti gli altri.
In un mondo dove grazie ad Internet sembra facile sentirsi conoscitori di tutto, forse è arrivato il momento di fare un passo indietro, affidandoci alla conoscenza della comunità scientifica che ha permesso grandi scoperte che fino ad oggi ci hanno salvato la vita. Il resto è fuffa, basta.

matera rigenerazione urbana

Le mie proposte sulla rigenerazione urbana

Uno sguardo alla rigenerazione urbana

matera rigenerazione urbana

Ho presentato due anni fa un disegno di legge sulla rigenerazione urbana sostenibile, proprio perché in Italia manca una proposta nazionale che affronta questo tema. La materia della rigenerazione è a metà competenza tra Stato e Regioni e non esiste una legge quadro dettagliata che indica delle linee guida a livello territoriale o dà indicazioni alle regioni su come indirizzare, elaborare e gestire i piani di rigenerazione urbana. Oggi che abbiamo le risorse del Pnrr e che buona parte di esse sono indirizzate al miglioramento della qualità della vita delle comunità locali, il mio auspicio è quello che si possa mandare avanti questa legge perché la rigenerazione urbana può far ripartire l’economia. L’economia italiana, ma anche europea, può ripartire se si dà impulso al settore edile delle costruzioni, che movimenta anche una lunga filiera produttiva. Se guardiamo alla nostra storia e alle nostre tradizioni, notiamo che eravamo una civiltà che stava attenta all’ambiente, al riciclo e riuso. Ad esempio io sono nato nella città di Matera, la quale è diventata patrimonio dell’umanità grazie ai sassi, un esempio unico di architetture sostenibili, che negli anni 50 erano state addirittura indicate una vergogna nazionale, ma che, col passare degli anni, ci siamo resi conto, che quelle stesse architetture all’interno, avevano soluzioni tecniche innovative, come l’uso dei materiali del luogo o l’utilizzo di innovativi metodi per recuperare le acque piovane e come riutilizzarle. Inoltre le stesse costruzioni si affacciano su luoghi comuni perchè per i nostri nonni era importante la socializzazione e lo scambio delle idee all’interno di una comunità. Col passare degli anni questi usi e valori sono stati un po’ persi, ma forse adesso è arrivato il momento di tornare a riprenderli e progettare le nostre città in maniera sostenibile. Per farlo bisogna guardare anche al passato, alle nostre tradizioni e anche agli errori fatti, sono cosi si potrà fare una buona legge che guarda al futuro. Ad esempio: per tanto tempo si è parlato di bonus ristrutturazioni? ma solo quando si è passati a parlare di Superbonus si è arrivati a pensare ad impianti centralizzati. Bastava guardare agli edifici degli anni 60/70 per notare che lo avevano già, perché la politica e i professionisti dell’epoca avevano capito che erano più sostenibili rispetto ai singoli impianti di ogni appartamento. Il ruolo della politica, come stiamo vedendo adesso, è anche incentivare i cittadini a ritornare a pensare gli edifici come li pensano i costruttori degli anni 50/60 che avevano inventato gli impianti centralizzati all’interno degli edifici, naturalmente guardando alle tecnologie più efficienti del presente. Questi due esempi sono molto interessanti perché spesso si parla di rigenerazione urbana come qualcosa di nuovo, anche se in realtà fa parte della storia dell’uomo.

 

Spero venga calendarizzata quanto prima una proposta di legge di Rigenerazione Urbana al fine di elaborare una legge quadro nazionale per dare alle Regioni, indirizzi e tempi certi entro cui legiferare e fare piani sulla rigenerazione urbana. La cosa importante da cui non possiamo prescindere è che, rigenerazione urbana non significa finanziamenti a fondo perduto; questo perché una buona rigenerazione urbana si fa soltanto con una partnership pubblico/privato. Se non c’è il privato, che interviene e investe, difficilmente si riesce a fare una buona rigenerazione urbana, questo è anche uno dei principi inseriti nella mia proposta di legge alla Camera. Un’altra innovazione importante che dobbiamo superare come politica, questo più in riferimento agli amministratori locali e i sindaci, è il vincolo delle destinazioni urbanistiche: con il passare degli anni e il cambio di usi e abitudini delle persone, occorre riprogrammare anche le destinazioni urbanistiche degli immobili; questa non può e non deve essere un vincolo rigido come in passato. Basta guardare all’interno delle nostre città e vedremo ci sono zone con edifici fatiscenti e spesso abbandonati, questo perché in passato erano aree con destinazione d’uso artigianale o industriale. Parliamo, spesso, di aree vaste che non posso essere riqualificate a causa del vincolo di destinazione d’uso. Per questo nella proposta di legge è stata inserita, in alcune circostanze, anche una deroga alla destinazione d’uso degli immobili. Ciò può essere inteso, per esempio, per le tante caserme, o aree industriali e artigianali, presenti nelle nostre città, che possono essere spostate in altre aree e le stesse riqualificate e rimesse al servizio dei cittadini. Questo non significa fare speculazione edilizia, ma di riprogettare uno spazio urbano dove possono coesistere sia edifici residenziale che servizi e perché no anche aree artigianali e commerciali. Senza la partnership pubblico/privato, la deroga della destinazione d’uso di alcuni spazi e alcune primalità, difficilmente possiamo immaginare rigenerazioni urbane sostenibili e a servizio della comunità.


In Italia, poi, abbiamo tanti piccoli borghi, dove il progetto di nuove infrastrutture sono viste come delle problematiche e non come opportunità. Occorre ripensare e riprogettare le comunità urbane in modo intelligente e soprattutto con i cittadini che le vivono. Penso, ad esempio, a molti borghi della Basilicata che grazie al turismo sono tornati a vivere, così come i borghi della Puglia, o del centro Italia. La vocazione di certe città è cambiata, alcune che prima erano principalmente contadine ora sono prettamente turistiche: è un esempio di come gli stessi cittadini hanno ritrasformato i borghi dall’agricoltura al servizio del turismo. A volte però si tratta di un turismo di massa che va reso, a mio avviso, di qualità. Per esempio questo può avvenire portando manifestazioni artistiche e culturali, come è stato fatto in Basilicata, in particolare a Stigliano nel corso dello scorso anno, che ha ospitato il Festival Internazionale di Arte Pubblica, creando un flusso turistico, che ha permesso a queste persone di poter anche osservare la bellezza dei borghi delle colline materane oltre che gustare prodotti tipici locali. In ultimo occorre risolvere, e questo oggi è più facile con il PNRR, il problema della connettività, materiale e immateriale, di tutti i cittadini italiani, per far in modo che tutti i cittadini italiani siano collegati con le realtà metropolitane in maniera facile, sicura e veloce; tutto questo si può fare solo strutturando il territorio italiano con infrastrutture innovative come ferrovie, strade e fibra ottica.

 

Sviluppo, Rospi: ‘Giovani, precari a tempo indeterminato’

Gianluca Rospi (Coraggio Italia): “I giovani, precari a tempo indeterminato, decisivi per lo sviluppo del Paese’.
Una generazione definita debole e immatura e la sua colpa: quella di aver pagato a caro prezzo gli errori di una classe dirigente spesso plasmata non sul merito, ma sull’appartenenza e la fedeltà al politicante di turno. La mia riflessione per affariitaliani.it

La generazione nata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, definita “debole e immatura” anni fa inopportunamente da qualche distratto osservatore politico, ha l’unica colpa di aver pagato, a caro prezzo, gli errori compiuti da una classe dirigente spesso plasmata non sulle competenze e il merito, ma sull’appartenenza e la fedeltà al politicante di turno.

Dallo scoppio della pandemia, la narrazione mass-mediatica dei “giovani” li descrive alla stregua di untori, come i veri responsabili della diffusione del contagio figlia della “movida”. Osservando, però, le nostre città dal vivo e non solo attraverso le immagini televisive, si nota che proprio i più giovani sono quelli che rispettano le regole, attenti a difendere i risicati spazi di libertà concessi dalla morsa del virus.

E sono sempre loro, i giovani, quelli più colpiti da questa crisi pandemica, che li ha allontanati dalla scuola e dalle relazioni sociali, vitali per forgiare il loro carattere e la loro socialità che uno schermo, per quanto interattivo, non può garantire con le formazioni a distanza. Negli ultimi giorni sono di nuovo rifiorite le polemiche e le vecchie definizioni sui ragazzi di oggi “nulla facenti”.

Giovani

Con la crisi economica in atto, inoltre, se ne parla percriticarli quando non accettano lavori mortificanti o mal retribuiti. La verità è che i nostri giovani sono quelli che più duramente hanno pagato la crisi del 2010, e che pagheranno ancora di più gli effetti della pandemia sull’economia, tenuto conto dell’aumento stimato del debito pubblico a causa della pandemia: 500 miliardi, una cifra abnorme, quasi due volte e mezzo i soldi destinati al nostro Paese con il Piano di resilienza e ripresa.

Inoltre, l’Italia vanta il triste primato per i NEET – i giovani che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in corsi di formazione – passati dal 22,1% del 2019 al23,3% nel 2020. È il dato peggiore in Europa, con oltre 10 punti oltre la media UE, assestata al 13,7% e con il dato relativo alle donne salito al 25,4%.

Davvero questa situazione può essere imputata solo a coloro che la subiscono? Purtroppo, una nazione che non guarda al domani non può meritarsi un oggi all’altezza. Emblematico è il caso della ricerca in Italia alla quale si destina un investimento pari all’1,39% del Pil contro il 2,2% e il 3,13% di Francia e Germania; l’Italia è ben distanziata dai due Paesi sia per quanto riguarda la ricerca nel settore industriale (0,86% contro1,44% e 2,16%) che in quello pubblico (0,5% contro 0,73% e 0,98%).

Cosa ci dicono questi numeri? Che il nostro Paese non crede e non investe nel proprio futuro. A questa situazione si aggiungono poi le ataviche pecche italiane, in primis il divario fra nord e sud Italia: la competenza delle Regioni in materia di politiche sociali ha permesso il crearsi di forti squilibri territoriali, che si ripercuotono drasticamente sull’offerta disponibile.

Basti pensare alla spesa pro capite per i servizi educativi comunali di prima infanzia: 88 euro in Calabria, tra i 291 e 351 nel Mezzogiorno, contro una spesa nel Nord Italia che supera quasi ovunque i 2.000 euro. Dagli asili all’istruzione universitaria, non molto sembra cambiare. Un titolo di studio non assicura più la possibilità di attivare l’ascensore sociale, ma spalanca di fatto le porte al precariato a tempo indeterminato.

Tirocini non retribuiti, nessuna possibilità di assunzione dopo l’esperienza formativa: una continua montagna russa per i nostri ragazzi, destinati a essere stagisti oltre i 30 se non, addirittura, i 40 anni. Non finisce qui: i giovani professionisti italiani sono tra i meno pagati di Europa, con un salario medio pari a 29.902 euro lordi l’anno. Su sedici Paesi analizzati dell’Europa occidentale, l’Italia è quattordicesima. E non è tutto: se consideriamo il valore del salario rapportato al potere di acquisto, la statistica peggiora portandoci dietro persino a Repubblica Ceca e Polonia.

Next Italia

Il Piano europeo per la ripresa post-pandemica si chiama, significativamente, Next Generation EU: è pensato infatti, per le nuove generazioni e per abbracciare il modello di sviluppo che i giovani hanno a cuore: digitale, inclusivo e rispettoso dell’ambiente. Nella mia esperienza di docente universitario ho avuto modo di conoscere decine e decine di ragazzi, dai quali spesso ho appreso più di quanto abbia insegnato.

Purtroppo, c’è un paradosso di fondo: le nuove generazioni hanno il loro modo di immaginare il mondo del futuro, ma non hanno la possibilità di disegnarlo nonostante apparterrà a loro. È arrivato il momento di smettere di scaricare le nostre responsabilità sui giovani, e iniziare a mettere in campo politiche che restituiscano quanto, ingiustamente, è stato loro negato.

Dobbiamo avere come esempio i nostri nonni, quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale, quella generazione che ha preso un Paese agricolo elevandolo a quinta potenza industriale mondiale, avendo come unico obiettivo quello di lasciare un mondo migliore ai loro figli e nipoti. E nell’attuale fase evolutiva verso un “mondo migliore”, stiamo assistendo al più grande cambiamento epocale per il mondo delle risorse umane nella storia della Repubblica, in ambito sia pubblico sia privato.

Le nuove tecnologie sono centrali in questa evoluzione, poiché fanno emergere rinnovati bisogni di specializzazione e competenze, creando nuove opportunità di crescita per giovani profili freschi di formazione universitaria. È il momento di fare leva sulla programmazione dei fondi Next Generation EU per investire su quei giovani che, troppo spesso, sono rimasti intrappolati in sterili spot propagandistici, raramente diventati realtà.

Ecco perché, pochi giorni fa, ho presentato un emendamento mirato a favorire l’assunzione a tempo indeterminato dei Dottori di ricerca presso le aziende private. L’ho fatto perché credo nel valore dei nostri giovani e in quello della nostra offertauniversitaria, nonostante i continui tagli e le incredibili difficoltà. Abbiamo il dovere di invertire la rotta, oltre che la necessità di valorizzare i nostri talenti nelle nostre aziende, evitando la fuga di cervelli che, secondo Svimez, riguarda ogni anno cinquantamila ragazzi meridionali.

“Molti oggi parlano dei giovani; ma non molti, ci pare, parlano ai giovani”, parole di Papa Giovanni XXIII che devono servirci da stella polare per proteggere e supportare la generazione a cui stiamo chiedendo di contribuire al futuro del nostro Paese.

* Deputato e vicepresidente del gruppo di Coraggio Italia alla Camera

Reti TEN-T: l’ambizioso progetto per le future generazioni

10 maggio 2021 – Trans European Network-Transport meglio noto con l’acronimo TEN-T è l’ambizioso progetto europeo avviato nel 2013 nell’ottica del miglioramento della circolazione di merci e persone, che dovrà essere la spina dorsale del futuro economico, politico e culturale della stessa Europa.

Come Nazione avremo da gestire oltre 200 miliardi di euro per riorganizzare il presente e il futuro del Paese perché le scelte che faremo oggi potranno portare benefici o creare problemi alle nuove generazioni. Questo dipenderà solo da noi.

La creazione di una Piattaforma logistica nel Sud Italia come porta d’accesso dell’Europa, oggi, è ancora più importante, soprattutto perché con il raddoppio del canale di Suez e la costante crescita di economie emergenti come l’India, l’Europa dovrà dotarsi di uno scalo logistico che insieme al Pireo possa essere attrattore di tutte le merci che oggi attraversano il Mediterraneo.

Per fare questo basterebbe sfruttare la naturale posizione strategica che l’Italia e soprattutto il sud Italia ha all’interno del bacino del Mediterraneo.

Non può esserci però piattaforma logistica senza investire nelle zone retroportuali dei due grandi porti del Mezzogiorno quali Gioia Tauro e Taranto, che hanno ancora potenzialità di sviluppo interessanti per quanto riguarda la retroportualità. Questi se messi a sistema con altri porti italiani, in primis Genova e Trieste, possono rappresentare una possibilità di rilancio della buona economia fatta di lavoro e crescita umana.

L’apertura di un’altra porta nel Mediterraneo, mettendo a sistema questi due porti del sud Italia, è funzionale a intercettare milioni di tonnellate di merci che oggi, superando Suez e non trovando spazio nel già sovraffollato porto del Pireo, attraversano il mediterraneo per fare rotta verso altri porti, come il Tangeri Med in continua espansione. Lo sviluppo dei porti di Goia Tauro e Taranto sarebbe funzionale, soprattutto, ad accorciare i tempi, di almeno una settimana, delle merci in ingresso e uscita dall’Europa.

La creazione di zone retroportuali tecnologicamente avanzate dietro i porti di Taranto e Gioia Tauro potrebbero essere i principali punti di attrazione per le merci che arrivano in Europa dalla Cina e dall’India, Paesi sempre più attivi nel commercio internazionale.

Ma per riuscire a rendere tutto questo possibile è necessario completare le reti infrastrutturali strategiche europee: le TEN-T. È necessario un potenziamento delle reti di trasporto trans-europee come l’accelerazione sul fronte dell’alta velocità e dell’alta capacità nel sud Italia. Mi riferisco, in primis, al completamento della dorsale adriatica nel tratto Ancona-Foggia (in quanto il tratto Bari–Foggia e già ricompreso nella rete AV/AC Bari-Napoli), opera questa non compresa nell’attuale programmazione europea ma che dovrebbe essere un pilastro strategico che l’Italia deve sostenere nella revisione delle TEN-T prevista nel corso del 2021.

Un asse, questo strategico, anche per il trasporto merci, perché caratterizzato da basse pendenze e meno gallerie rispetto al lato tirrenico. Vanno inoltre accelerate le dorsali Salerno-Palermo e Napoli-Bari-Taranto-Lecce, anch’esse tratte fondamentali per dare risposte al crescente traffico passeggeri e merci. L’itinerario marittimo-ferroviario, lungo il versante adriatico-ionico, raccorderebbe i porti del sud Italia concretizzando anche un rapido collegamento verso nord, in una catena intermodale integrata ed efficiente, porta d’ingresso ai Paesi balcanici e dell’est Europa.

Purtroppo, l’assetto attuale della rete TEN-T nell’Italia peninsulare è servito unicamente dal corridoio Scandinavia-Mediterraneo, lasciando scoperte tre tratte del sistema infrastrutturale multimodale adriatico-ionico (Ancona-Foggia, Bari-Lecce, Paola-Taranto) dall’alta valenza strategica e sistemica. Un corridoio adriatico-ionico maggiormente infrastrutturato consentirebbe di redistribuire il traffico sulla direttrice nord-sud, evitando fenomeni di saturazione in corrispondenza degli snodi principali.

Fonte: TrasportoNotizie.it

E’ arrivato il momento dell’Alta Velocità anche per il Salento

Dopo decenni di “Altra” Velocità, è arrivato il momento dell’Alta Velocità anche per il Salento
06 maggio 2021 – Il Salento e l’Alta Velocità, un matrimonio che stando al PNRR proprio non s’ha da fare. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, infatti, si prefigura soltanto “l’estensione dell’Alta Velocità al Sud, lungo la direttrice Napoli-Bari che viene conclusa, e la massima velocizzazione della Salerno-Reggio Calabria, ottimizzando gli interventi. Infine, si velocizzerà anche il collegamento diagonale da Salerno a Taranto e la linea Palermo-Catania-Messina”. Entro il 2023, ad ogni modo, scatterà il primo collegamento diretto tra Napoli e Bari “con successiva estensione dell’itinerario fino a Lecce e Taranto”; briciole, che non saziano la fame di progresso non solo del Salento, ma dell’intero Mezzogiorno.

Il solco per il rilancio del Sud non può che essere “ferrato” e adriatico. Stando a una stima calcolata da RFI in uno studio del 2007, il costo medio italiano (riferito a opere completate) di un chilometro di Alta Velocità è di 32 milioni di euro, molto più elevato sia del chilometro francese (10mln di euro) che di quello spagnolo (9mln di euro). Perciò, per collegare Ancona a Foggia e Bari a Lecce sarebbero necessari, per gli oltre 470 chilometri da coprire, circa 15 miliardi di euro secondo la media italiana. Una cifra che può apparire mastodontica, ma assolutamente congrua nell’ottica degli oltre 200 miliardi messi a disposizione del PNRR a cui si aggiungeranno sicuramente circa 20 miliardi della prossima programmazione di fondi strutturali europei; un’Alta Velocità sino a Lecce contribuirebbe a rafforzare la credibilità dell’Italia di domani, nella quale sono fondamentali infrastrutture all’avanguardia, attorno alle quali far crescere servizi e territori. D’altronde, tra Bari e Foggia l’AV è contemplata nell’upgrade della linea con Napoli e, quindi, un primo importante tassello è stato già posato.

Assieme all’area metropolitana salentina, crescerebbe tutta la dorsale est italiana. Infatti, con l’AV fino alla capitale del Barocco, si potrebbero mettere a sistema i porti di Brindisi, Bari, Ancona, Trieste e anche Taranto, quest’ultimo strategicamente inestimabile per il traffico merci dal Mediterraneo verso Cina e India. Occorre adattarsi ai nuovi standard richiesti dallo shipping internazionale e della logistica, che vanno oltre il mero trasporto marittimo, in quanto coinvolgono in modo rilevante anche tutta l’area retroportuale. Per farlo, è necessario spingere sul fronte dei “Nodi Intermodali” delle “Reti Ten-T” di trasporto transeuropeo: è, dunque, imperdibile l’opportunità di collegare approdi marittimi, ferroviari e aerei, in un’interconnessione dal DNA green, integrato ed europeo.

Pensando al completamento della Napoli-Bari e dell’Adriatica sarà più semplice fare la spola tra il versante tirrenico e quello adriatico. Se ragioniamo sul triangolo immaginario tra Lecce, Brindisi e il capoluogo ionico, concentrato in un nuovo modello trasportistico e proiettato verso Campania e Lazio, parliamo di una macroregione da circa 13 milioni di abitanti, equivalente a oltre il 20% di tutta la popolazione del nostro Paese. Così, daremmo anche la possibilità al territorio interno di ripopolarsi, quasi fosse una grande metropolitana della Magna Grecia.

A proposito della storia, sarebbero enormi le ricadute positive sul turismo grazie all’arrivo dell’AV. Il Salento paga l’atavica mancanza della rete autostradale, che in quella direttrice si arresta al casello di Massafra, in provincia di Taranto, a oltre cento chilometri da Lecce. È politicamente miope, oltre che ingiusto per i cittadini interessati, non garantire nel Mezzogiorno la stessa fruizione del treno permessa dal Conero in su.

Il mondo corre, e non possiamo più permetterci di essere fuori tempo. “Lento” va bene solo nella parola Salento: dopo decenni di “Altra” Velocità, è arrivato il momento dell’Alta Velocità.

Sì a Ponte sullo Stretto e completare infrastrutture al Sud

03 maggio 2021

Il Ponte sullo Stretto va fatto? La risposta è sì,
ma le problematiche della Calabria e della Sicilia non possono essere ridotte alla locuzione “Ponte sullo stretto si o no”. Sono circa 40 anni che si avvia l’iter per la realizzazione e da allora ogni volta la discussione si riduce a chi è pro e chi e contro trascurando le vere problematiche dei territori come quella di creare opportunità di lavoro per i giovani o difendere il coraggio degli imprenditori che hanno deciso di fare impresa in un territorio difficile come quello calabrese o siciliano.
Anzitutto, parlare del solo ponte sullo stretto è riduttivo in quanto esso fa parte del completamento di una delle più importanti reti TEN-T europea: il corridoio scandinavo-mediterraneo, da Helsinki alla La Valletta, unico che taglia l’Europa da Nord a Sud.
In una visione complessiva del Sud Italia, il Ponte, insieme all’alta velocità fino a Palermo, sarebbe la linfa per lo sviluppo sostenibile della retro portualità del porto di Gioia Tauro che messo a sistema con l’altro grande porto dello Ionio, quello di Taranto, permetterebbe la creazione della Piattaforma logistica del sud Europa nel Sud Italia.

Alta Velocità al Sud e sburocratizzazione del Paese

03 maggio 2021 – Il deputato e presidente di Popolo Protagonista, Gianluca Rospi, è intervenuto con due note sull’Alta Velocità al Sud e sulla sburocratizzazione del Paese, nel dibattito che in questi giorni si sviluppa circa il completamento del Recovery Plan e le prospettive future del Paese.

“Il Presidente Draghi – ha scritto Rospi – ha dichiarato la volontà di accelerare e incrementare le reti di alta velocità in Italia, annunciando una serie di interventi su diverse zone, come l’accelerazione del completamento della tratta Napoli-Bari o l’alta velocità tra Roma-Pescara; tutti interventi importanti ma, come sempre accade, privi di un quadro complessivo della logistica italiana”.

“Mi domando – ha precisato Rospi – perché fare la Roma-Pescare e poi non investire sulla dorsale Adriatica che vede la rete di alta velocità fermarsi ad Ancona, per riprendere poi a Foggia. E poi perché non prolungare l’alta velocità fino a Lecce? Quest’anno l’Europa deve riaggiornare le rete TEN-T e abbiamo tanti miliardi da spendere sulle infrastrutture; allora perché non dare la possibilità alle regioni adriatiche di avere una dorsale ad alta velocità tale da diventare asse strategico per mettere in rete e rilanciare i porti del Mezzogiorno, accorciando le distanze tra l’Europa e il Mediterraneo?”.

“Non possiamo mica pensare di avere crescita in Europa senza investire nel Mezzogiorno e nel Mediterraneo, da sempre luogo di scambi commerciali, perno di sviluppo culturale ed economico. Tanto che – ha sottolineato Rospi – lo stesso Aldo Moro amava ripetere che ‘nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa o nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo’. I fondi del Recovery sono un’occasione imperdibile per creare una nuova opportunità di sviluppo che guardi non più agli interessi di pochi ma di tutti e che lavori per accorciare le divergenze con le periferie, partendo dal Sud Italia. D’altronde basta guardare un po’ indietro nella storia per capire che la prosperità dell’Europa si ha solo se si riporta l’asse economico nel Mediterraneo”.

“Nel conempo – ha comunicato Rospi – ho depositato una mozione insieme ai colleghi di Cambiamo per cercare di indirizzare il Governo verso una concreta sburocratizzazione, senza la quale non potrà esserci una tangibile ripresa economica del Paese. Sono cinque i punti su cui si basa questo atto, che mi auguro venga preso in seria considerazione dal Governo”.

“Nelle more delle modifiche del Codice degli Appalti, a mio avviso – ha suggerito – il Governo dovrebbe avviare per tutte le opere previste nel PNRR un decreto emergenziale, sulla scorta di quanto fatto per la ricostruzione del Ponte di Genova. Solo attraverso un auspicabile ‘Decreto Italia Semplice’ e la nomina di commissari manager delle opere, si può pensare di portare a termine l’ambizioso programma delle opere infrastrutturali per il 2026. È necessario – ha ribadito Rospi – sospendere il Codice degli Appalti, lavorando con procedure in deroga, adottando misure che consentano la velocizzazione degli appalti come la semplificazione delle procedure VIA, dei nulla osta dei Beni Culturali e l’utilizzo delle conferenze di servizio. Il tutto senza limitare la libera concorrenza delle imprese, ad esempio prevedendo gare a invito con almeno 10 operatori economici garantendo il principio della rotazione delle imprese e premiando la solidità economica delle stesse”.

Secondo Rospi, il Codice degli Appalti andrebbe anche semplificato, ad esempio “Abbassando da tre a due i livelli di progettazione, riducendo le tempistiche per l’ottenimento dei pareri ministeriali e le varie procedure autorizzative. Serve avere coraggio e riformare il sistema, non c’è più tempo da perdere”.

L’onorevole Gianluca Rospi, 42 anni, è fondatore e presidente della componente ‘Popolo protagonista’ (Gruppo Misto), ispirata ai valori cristiano popolari del Partito Popolare Europeo. Ingegnere, dottore di ricerca in architettura, costruzione e strutture e docente di fisica applicata è stato autore del ‘Decreto Genova’.

da Affaritaliani.it

Oggi ho depositato in Parlamento una mozione per sburocratizzazione Paese

Ho depositato una mozione insieme ai colleghi di Cambiamo per cercare di indirizzare il Governo verso una concreta sburocratizzazione, senza la quale non potrà esserci una concreta ripresa economica del Paese. Sono 5 in tutti i punti su cui si basa questo atto che mi auguro venga preso in seria considerazione dal Governo”. Lo dichiara in una nota il deputato e presidente di Popolo Protagonista, Gianluca ROSPI.

“Nelle more delle modifiche del Codice degli Appalti, a mio avviso, il Governo dovrebbe avviare per tutte le opere previste nel PNRR, un decreto emergenziale sulla scorta di quanto fatto per la ricostruzione del Ponte di Genova. Solo attraverso un Decreto Italia Semplice e la nomina di Commissari Manager delle Opere si può pensare di portare a termine l’ambizioso programma delle opere infrastrutturali per il 2026.

È necessario – prosegue ROSPI – sospendere il Codice degli Appalti, lavorando con procedure in deroga, adottando misure che consentano la velocizzazione degli appalti come la semplificazione delle procedure VIA, dei nulla osta dei Beni Culturali e l’utilizzo delle conferenze di servizio. Il tutto senza limitare la libera concorrenza delle imprese, ad esempio prevedendo gare ad invito con almeno 10 operatori economici garantendo il principio della rotazione delle imprese e premiando la solidità economica delle stesse”.Secondo ROSPI, nel contempo, però, il Codice degli Appalti va semplificato, ad esempio “abbassando da tre a due i livelli di progettazione, riducendo le tempistiche per l’ottenimento dei pareri ministeriali e le varie procedure autorizzative. Serve avere coraggio, riformare il sistema, non c’è più tempo da perdere

Politica Estera: L’Italia ago della bilancia nel Mediterraneo

Historia magistra vitae. O almeno, a sentire i Latini, dovrebbe essere così. Perché quello che è accaduto pochi giorni fa nel palazzo presidenziale di Ankara, con la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che si è dovuta accomodare sul divano, mentre gli altri due interlocutori – il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il padrone di casa Tragyp Erdoğan – erano adagiati su una sedia d’onore, ha un precedente illustre proprio da quelle parti.
XVI secolo: a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) l’ambasciatore di Carlo V (Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico) fu convocato da Solimano I il Magnifico, Sultano dell’Impero Ottomano. Giunto al colloquio, il diplomatico notò che non c’era una sedia per lui, e che il monarca voleva lasciarlo in piedi durante l’udienza.

L’inviato senza scomporsi svestì il mantello, ci si sedette sopra e avviò il confronto senza accusare il colpo. Andando via, lasciò il mantello per terra e i cerimonieri, supponendo una dimenticanza, lo richiamarono, ricevendo dal delegato cristiano una risposta tranchant: “Gli ambasciatori non usano portarsi via la propria sedia”.

Savoir-faire e carisma apparentemente sconosciuti a questa Europa che, spesso, appare “policefala”, ostaggio di diverse anime che si coniugano in altrettanti approcci in tema di politica europea. Dopo il cosiddetto “sofagate”, è arrivata la presa di posizione del Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, contro il presidente anatolico, che potrebbe segnare un punto di svolta nel ruolo del Vecchio Continente nello scacchiere euroasiatico.

Non è più il tempo delle dichiarazioni cosmetiche dei governi europei, atteggiamenti di facciata davanti a minacce che covano inesorabili sotto la cenere diplomatica. Erdoğan è uno stratega audace, e sa agitare spettri che turbano i sonni delle dodici stelle dorate su campo blu. Penso, ad esempio, a quando minaccia una nuova crisi dei migranti, in prevalenza siriani, e la rottura dell’accordo con l’UE che nel 2016 ha chiuso la rotta balcanica.

Una sfida sulla carta temibile, soprattutto per l’Italia, che l’ex sindaco di Istanbul lancia periodicamente, sicuro di avere in mano un grande potere negoziale, derivato proprio da quei bilaterali di cinque anni fa, che esercita con continue azioni spregiudicate nel Mediterraneo orientale. Il presidente turco, non solo dialetticamente, non rispetta i rapporti di forza e provoca continuamente i propri interlocutori: Europa, Russia, Cina e Stati Uniti.

Proprio l’alleato oltreoceano potrebbe tornare a essere un partner credibile per ridare all’Europa il ruolo di guida nell’area mediterranea; del resto, sia Draghi (“più Europa e più atlantismo”) che Joe Biden (“centralità dell’Europa”) si sono pronunciati in tal senso.

Ci sono molteplici analogie tra l’attuale momento storico pandemico e il periodo a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale con la ricostruzione post-bellica: tensioni a macchia d’olio (non solo petrolifera) tra Cirenaica e Tripolitania, popolazioni stremate a livello sanitario e monetario, pioggia di fondi per far ripartire le economie (Piano Marshall 74 anni fa, Recovery Fund nel 2021).

Oggi come allora, l’alleato “stars and stripes” è credibile, soprattutto dopo l’incoraggiante cambio di passo che la nuova amministrazione democratica ha adottato, in discontinuità rispetto al quadriennio Trump. L’alleanza con Washington è solida e può fungere da volano, per rinsaldare il ruolo dell’Europa nel Mediterraneo (contenendo la crescente presenza di Turchia, Russia e Cina) e per rilanciare quello dell’Italia nella regia della politica estera europea in quell’area.

I rapporti tra Bosforo e Bruxelles al minimo storico sono gli apici di movimenti tellurici sotterranei ,che toccano da vicino i blocchi di potere planetari, e riguardano interessi commerciali strategici, incluso il controllo delle fonti energetiche.

Ecco perché bene fa Mario Draghi a vestire la maglia del protagonista e non della comparsa, candidandosi a pieno titolo come l’alfiere di una rinnovata leadership europea che, nei prossimi tempi, perderà sicuramente Angela Merkel (all’ultimo mandato) e con Emmanuel Macron più impegnato nel contrastare l’ascesa di Marine Le Pen in vista delle presidenziali del 2022.

Quest’ottica europeista dal respiro italocentrico non può prescindere da un Mezzogiorno forte: il sud Italia, nonostante il gap infrastrutturale col resto del Paese, grazie alla sua posizione strategica può far valere le proprie specificità territoriali, su tutte quelle portuali.

Mettere in rete i principali approdi marittimi italiani, investendo in portualità, autostrade del mare, reti ferroviarie e stradali, consentirebbe di accrescere la competitività dell’UE su scala globale. Tuttavia, bisogna rovesciare il paradigma dello sviluppo: la corsa non è più solo relegata all’asse Nord-Sud.

È opportuna, invece, una visione strategica che coinvolga trasversalmente da Ovest a Est, puntando gli immensi mercati di Cina, India e Medio Oriente: una visione che punti a un Sud testa di ponte per il traffico mercantile nel Mediterraneo, sempre più centrale nelle rotte mondiali.

E con Puglia e Basilicata che, grazie a rinnovate infrastrutture ferroviarie, al porto di Taranto e al suo retroporto naturale che arriva sino in Val Basento – entrambi da mettere in rete con Gioia Tauro – diverrebbero snodi strategici di questo hub logistico del Mezzogiorno al servizio del Mediterraneo.